
Sono passati 36 anni da quella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 quando venne messa la parola fine alla vita diPier Paolo Pasolini.
Il suo cadavere, martoriato, venne ritrovato da una donna alle 6:30 del 2 novembre all’idroscalo di Ostia. Nell’arco di 24 ore il caso venne chiuso: l’unico colpevole della morte dell’intellettuale, reo confesso, era e resta Pino Pelosi.
L’interesse per la figura di Pasolini e per il mistero della sua morte è ancora vivo. Il suo pensiero, ancora molto attuale, desta molta curiosità come ha notato Valter Rizzo, giornalista di Chi l’ha visto? e coautore del libro Nessuna Pietà per Pasolini (Ed. Internazionali Riuniti). Un testo scritto a più mani: insieme all’avvocato Stefano Maccioni, che ha chiesto la riapertura del caso alla Procura di Roma, e alla criminologa Simona Ruffini che ha fornito un prezioso aiuto nella ricostruzione di alcuni passaggi chiave e anche della scena del delitto. Il metodo utilizzato è stato quello investigativo classico: lo studio degli indizi, la loro verifica e l’incrocio dei diversi pezzi del puzzle.
Pasolini era un personaggio scomodo, commenta lo stesso Rizzo, non tanto per cosa sapeva ma per le troppe domande che poneva in un’Italia molto diversa da quella di oggi, quella degli anni 70 «più cupa per molti versi. Era un paese diviso ma sulla base sulle idee, anche molto forti, che arrivarono anche a produrre dei risultati patologici ovvero la drammatica stagione degli anni di piombo. Era un’Italia ancora capace di reagire come fece nel 1978 di fronte al caso Moro. Un’Italia in cui c’era un forte partito comunista, in cui erano ancora in campo la generazione che aveva fatto la resistenza.»
Partiamo dalla notte tra l’1 e il 2 novembre. Come si presentava la scena del crimine?
«Occorre dire, per onestà intellettuale, che in quel periodo non c’era la cultura delle indagini scientifiche. La scena del crimine andava sigillata: furono fatti pochissimi rilievi e venne rapidamente devastata. Addirittura venne permesso a dei ragazzini di giocare a pallone in quell’area.»
Fondamentale per la vostra ricostruzione della scena del crimine fu l’utilizzo del filmato a colori realizzato dal regista Sergio Citti, arrivato all’idroscalo l’indomani del ritrovamento del corpo di Pasolini.
«Citti arrivò all’idroscalo con una sua macchina da presa e girò questo filmato a colori di ottima qualità, recentemente restaurato dalla cineteca nazionale di Bologna. Il filmato evidenzia, ad esempio, una serie di tracce di pneumatici che s’incrociano: non potevano essere solo quelle della macchina di Pasolini. Erano presenti più autovetture. Aveva individuato un percorso che finisce, passando nel punto dove era stato arrotato Pasolini, contro la rete di recinzione dove c’era un paletto di cemento abbattuto: rete e paletti erano stati messi da poco. Fece anche delle simulazioni con l’automobile. Aveva notato una un avvallamento nella rete che combacia con la sagoma di una persona magari scaraventata in quel punto esatto. Tutto questo doveva essere verificato in quel momento. »
Parliamo proprio delle indagini, si chiusero in breve tempo con l’accusa del reo confesso Pino Pelosi.
«In poche ore si definisce il colpevole e si cercano in maniera nevrotica tutte le prove a conferma delle dichiarazioni di colpevolezza di Pelosi quale unico autore del delitto. Per capire il clima nel quale si svolsero le indagini basta leggere le il verbale dell’interrogatorio del 2 novembre, steso nel carcere di Casal Del Marmo attorno alle10 del mattino, al quale partecipa il capo della squadra mobile Ferdinando Masone. Non è ben chiaro perché vi partecipi ne perché fornisca a Pelosi dei dettagli che l’allora 17enne si limitò a confermare. Si capisce però che le indagini dovevano dimostrare una tesi. Quello era un omicidio che doveva essere chiuso in un giorno.»
Viene da chiedersi, quasi d’istinto, se possa essere possibile che nessuna delle persone che vivevano nelle baracche vicino l’idroscalo abbia sentito alcun rumore.
«Abbiamo raccolto delle testimonianze, così come ha fatto recentemente un collega de Il Messaggero. All’epoca svolsero un egregio lavoro Furio Colombo e Oriana Fallaci: tutti ricordavano i rumori, le grida. Parliamo di persone che probabilmente si sono affacciate, hanno visto quello che stava succedendo. Una serie di informazioni che non sono minimamente state prese in considerazione nel corso delle indagini. La sentenza di primo grado, firmata da l giudice Carlo Alfredo Moro, condanna Pelosi per omicidio in concorso con altri soggetti rimasti ignoti. Nella sentenza di appello,il concorso con ignoti sparisce. E da quel momento Pelosi è l’unico colpevole dell’omicidio. E avvalora questa tesi fino a quando non rilascerà l’intervista a Franca Leosini, nel 2005 per la trasmissione Ombre sul giallo, in cui dirà che non ha ucciso Pasolini.»
Pelosi sconta la pena inflittagli. Torna in carcere per altri fatti ma ad oggi è un uomo libero. Nel libro avete posto molta attenzione alle descrizione del linguaggio del copro di questa persona cercando di tracciarne un ritratto.
«Dal nostro libro emergono le contraddizioni della comunicazione non verbale di pelosi, elementi interessanti per capire il personaggio anche se non hanno rilevanza giuridica. Pelosi è un mentitore professionista, mente sapendo di mentire e mischia verità e menzogna secondo il metodo tipico della disinformazione. E’ un mistificatore. Con questa storia ci campa ed è indecente. Ricordiamoci bene che è e resta coscientemente complice di chi ha ucciso Pasolini, sa tante cose e non le dice. La deve smettere di chiamare in causa i morti e parlarci dei vivi, di quelli che sono stati i suoi registi. Il suo dovere era quello di auto accusarsi di questo delitto. Chi ha colpito Pasolini era qualcuno che sapeva bene cosa doveva fare. Basta leggere il referto dell’autopsia: è stato massacrato in maniera scientifica, un lavoro fatto bene per mano di picchiatori professionisti che non andavano a caso. Per questo, nel testo, abbiamo dato importanza al racconto dei picchiatori catanesi che facevano su e giù con Roma, che potrebbero essere stati utilizzati. Non erano del giro romano.»
C’è poi il ricordo da parte di Pelosi di una parola dialettale, ovvero jarrusu, che ha destato la vostra curiosità investigativa e vi ha fatto scrivere della pista catanese.
«Pelosi non poteva conoscere quella parola, perché anche nella Sicilia di quegli anni era già abbastanza desueta. Jarrusu è un termine arcaico, il peggiore insulto che si possa fare ad un omosessuale che si vende. Una parola che già negli anni settanta veniva usata dagli anziani, dalle persone dei ceti sotto proletari. Il fatto che lui la pronunci storpiata è importante, gli è rimasto il fonema “arruso”. Una parola che non può essersi inventato.»
Nel frattempo, c’era un’altra persona a Roma che ha portato avanti delle indagini per oltre trent’anni, Silvio Parrello. Un artista individuato tramite l’avvocato Maccioni e che fornirà i nomi non solo dei carrozzieri ai quali sarebbe stata portata la macchina incidentata dopo essere andata a sbattere contro il paletto di cemento all’idroscalo, ma anche quello di Antonio Pinna, anche lui carrozziere misteriosamente scomparso nel 1976, che sarebbe stato presente sulla scena del delitto.
«Lui ci ha dato i nomi dei carrozzieri che non aveva dato a nessuno: Chi l’ha visto? fa vedere per la prima volta Marcello Sperati che ci ha confermato tutto. Esiste questa macchina con quelle caratteristiche e il danno che coinciderebbe col le ipotesi del filmato di Citti.»
Il 3 marzo 2010 il senatore Dell’Utri, nel corso della conferenza stampa di presentazione della XXI edizione del libro antico di Milano annunciò la scoperta di un dattiloscritto di Pasolini contenente Lampi sull’Eni, uno dei capito di Petrolio, romanzo incompiuto. Un testo che però nessuno ha mai visto.
«Dell’Utri è stato ascoltato da Antonio Ingroia, un magistrato molto prudente, intelligente e serio. Il fatto che lui abbia deciso di riunire assieme ad un altro sostituto procuratore aggiunto della procura di Palermo, Sergio Demontis, la riapertura delle indagini di Mattei, di De Mauro e di Pasolini per scoprire se esiste una correlazione tra loro è importante. Il senatore Dell’Utri che dovrebbe spiegare che cosa ha voluto dire con questa storia dell’appunto , se esiste, se l’ha visto e letto, così come se esiste il personaggio che gliel’ha proposto. Mi sembra inverosimile che una persona attenta, un bibliofilo come lui abbia incontrato un mister x che gli ha dato delle carte come queste senza prendere informazioni di alcun tipo. Sono convinto che l’appunto esiste, che il senatore l’ha visto e che ha voluto mandare un segnale a qualcuno. E’ una persona prudente. Gli va rivolto lo stesso appello che ha fatto a Pelosi: dire la verità.»
Esiste davvero la volontà di fare chiarezza attorno all’omicidio di Pasolini?
«Credo ci sia una nuova coscienza in primo luogo di molte istituzioni, in primo luogo della magistratura. Anche la stessa scelta che fa la procura di Roma di riaprire l’indagine su Pasolini mi sembra figlia di una coscienza diversa. Il motivo per cui abbiamo voluto scrivere il libro era dare un contributo, uno stimolo a questo tipo di attività cercando di dare un senso organico alle informazioni n nostro possesso, utilizzabili, qualora si voglia, dagli investigatori. Credo sarà difficile poter avere un colpevole della morte di Pasolini, è passato troppo tempo ma avere una maggiore chiarezza che ci indichi in maniera definita cos’è successo e il perché, questo sì. Domande alle quali questo paese ha diritto di avere una risposta.»
C’è una frase dello stesso Pasolini che avete voluto riportare all’inizio di un capitolo e che mi ha molto colpito “La morte opera una rapida sintesi della vita passata”.
«All’epoca ne venne fatta una abnorme e devastante, quella di un uomo che andava con i ragazzini. La sintesi su Pasolini la stiamo facendo oggi e si racchiude in una riflessione che mettiamo alla fine del libro: cosa sarebbe stato questo paese se Pasolini avesse potuto continuare a vivere, scrivere, pensar e a parlare. Forse un paese migliore. E’ una persona che ha lasciato un segno talmente profondo, nonostante sia morto poco più che 50enne. La sua morte è paragonabile a quella di Gramsci . Durante il fascismo venne detto “bisogna impedire a questo cervello di funzionare per 20 anni”( l’allora pubblico ministero Isgrò concluse con questa frase la sua requisitoria alla quale seguì il carcere per altrettanti anni n.d.r.), credo sia stato fatto lo stesso ragionamento su Pasolini, era una che faceva domande, ed è quello che tutti gli intellettuali dovrebbero fare a partire dai giornalisti.»
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