mercoledì 10 ottobre 2012

Elogio della bionda


Non c’è che dire, la birra è il nuovo must drink tra le donne anche italiane. Non è solo l’esperienza personale cementata da aperitivi e ritrovi conviviali tra donne ad avvalorare questa tesi. La fonte ufficiale è quella di AssoBirra che durante la settimana della moda di Milano ha stilato una statistica relativa a consumi e preferenze delle donne in materia di luppolo.

Dal 2002 a oggi il consumo della birra da parte delle donne è aumentata del 25%. Nello specifico dei 36 milioni di consumatori italiani della bevanda con la morbida schiuma, le donne sono 16,4 milioni. Di queste circa 6 milioni preferiscono la bionda al classico vino. Il consumo? Responsabile soprattutto perché la taglia perfetta è quella che calza nel bicchiere da 0,20cl. Sono 1,4 milioni le donne che scelgono di dissetarsi con la bevanda ambrata una volta al giorno. E’ invece un esercito formato da 5,4 milioni di donne che settimanalmente si ritrovano a pasteggiare con questa bevanda che ben si sposa non solo con la pizza.

Un altro elemento fondamentale di elogio alla bionda, e motivo per un consumo responsabile in aumento, è legato alla questione calorie, croce e delizia di tutto ciò che a una donna piace e che spesso deve combattere per non dover cambiare il guardaroba ogni 3 mesi.  La birra ha un apporto calorico minore rispetto al vino. Inoltre una ricerca condotta nel 2011 dall’Harvard School ofPublic Health ha sottolineato come le donne che bevono responsabilmente birra hanno maggiore disponibilità di difendere il proprio organismo da malattie cardiache, diabete e disturbi mentali e fisici.

La birra consumata nel bicchiere da 20cl per le donne diventa così il nuovo Cosmopolitan, basta guardare sui tavolini degli aperitivi per vedere come la bionda stia risalendo la china tra vino e Spritz. 

martedì 28 febbraio 2012

Arisa - La notte (videoclip)

"Quando arriva la notte e resto sola con me". Una frase, uno stato d'animo spesso facilmente condivisibile. Arisa con questa canzone, La Notte, ha vinto il mio personale Festival di Sanremo 2012




martedì 7 febbraio 2012

CLIO, DAL WEB ALLA TV



OkNotizie



Clio Zammatteo di strada ne ha fatta negli ultimi anni, soprattutto grazie alla curiosità, ad internet e al talento che ha coltivato. Sì perché dire truccatrice, forse perché il senso che diamo alla parola italiana è riduttivo. Make up artist rende meglio l’idea poiché saper usare quelle pallette colorate è una forma d’arte, almeno a certi livelli. Tanto da meritarsi un programma tutto suo, in onda tutti i giorni da lunedì 6 febbraio alle 14.30 su Real Time, il canale del bon ton. Svelerà i trucchi del mestiere, correggerà gli errori più comuni, insegnerà alle partecipanti di ogni puntata un trucco speciale per le occasioni speciali.
Nata a Belluno all’inizio degli anni 80, Clio sviluppa una precoce passione per i colore, soprattutto per quello che riesce ad applicare sulle guance delle prima malcapitate. Studia Video Design a Milano, presso lo IED, dove incontra l’attuale marito, Claudio, con il quale si trasferisce a New York nel 2007. Qui si perfeziona al Make Up Designory e per scherzo, nel 2009, apre un canale su You Tube dove posta i suoi video, una sorta di ripasso a voce alta delle lezioni seguite alla scuola. Almeno all’inizio.
Sarà il caso oppure una dose sfacciata di fortuna ma Clio è stata tra le prime italiane ad aprire un tutorial che non fosse in inglese riuscendo a trovare una propria nicchia. Oggi con oltre 14mila iscritti al suo canale e con oltre 60milioni di visualizzazioni dei suoi video non si può forse più usare questa parola. Considerati poi i 26mila followers su Twitter e gli oltre 193mila su Facebook forse possiamo parlare di una nuova web star che ha nche pubblicato due libri con Rizzoli. Se altri hanno messo un piede nelle radio, come Willwosh, per lei non poteva che arrivare la televisione che per rinnovarsi, quando nel linguaggio quando nei volti, guarda ad internet. 
Dopo alcune ospitate in diversi programmi, la spumeggiante Clio approda al piccolo schermo come protagonista con l’omonimo programma, Clio Make Up, che in maniera furbetta prende in prestito il nome del canale della poliglotta truccatrice. Real Time arricchisce la sua offerta di canali dedicati al vivere all’insegna della bellezza e del buon gusto. Si conferma come un canale che osserva molto a ciò che avviene nel mare delle televisioni anglosassoni, ai fenomeni che aggregano molti followers sui social network. 
Apre così le porte della tv a questi piccoli divi di domani.


lunedì 16 gennaio 2012

Benvenuti al Nord: quando il sequel è superfluo



Questo film «è la summa di tutto ciò che mi piace fare al cinema. E’ una commedia intelligente, ben scritta». Claudio Bisio presenta così questo secondo capitolo delle avventure tra gli stereotipi del settentrione che ancora come protagonisti Alberto e Mattia, interpretato da Alessandro Siani. Una coppia comica che funziona sullo schermo, così come durante la conferenza stampa che animano in continuazione.

Questa volta il soggetto è originale, scritto a quattro mani da Fabio Bonifacci e dal regista Luca Miniero che hanno ambientato questo viaggio tra i pregiudizi e i luoghi comuni del nord nel quartiere  Isola di Milano, cercando di fare un «lavoro archeologico per portare alla luce i sentimenti» anche tra i colleghi dell’ufficio postale milanese.

In questo viaggio verso il nord, c’è lo sfondo accennato della crisi economica ma soprattutto quella dei sentimenti: Mattia e Maria (Valentina Lodovini) ai ferri corti poiché vivono ancora con la madre di lui, Alberto con Silvia (Angela Finocchiaro) oramai intollerante alle polveri sottili della città e alle mezze verità di un marito tutto lavoro. Il postino campano, con le sue valige piene di cibo e il giubbotto fendinebbia, si ritrova così assieme al dirigente milanese in una città non semplice, dove dovranno crescere e confrontarsi con le differenze caratteriali e culturali.
Attorno a loro si muovono tutti i personaggi che avevano già allietato il primo capitolo di questa mini saga. Debutta Paolo Rossi nelle vesti dell’integerrimo capo che fa il verso alla produttività nordica ma sopratutto a Marchionne. «Volevo fare Brunetta ma poi mi è uscito Marchionne. Il secondo giorno di lavorazione mi vesto con il cachemire, il Rolex e entro da solo nel grattacielo Pirelli. C'era una manifestazione organizzata dalla Fiom: non mi hanno riconosciuto. Su come mi hanno guardato ho costruito il personaggio». Si aggiunge poi Emma che cantaMaledetto quel giorno e la sigla finale, Nel blu dipinto di Blu: si dice fortunata per aver avuto la possibilità di passare un giorno sul set del film, fa una dichiarazione d’amore al sud e alle donne meridionali che hanno una marcia in più.

Quella che servirebbe anche al film che nella seconda parte si perde, lascia spazio ad un esagerato buonismo e a soluzioni troppo scontate. Nei 110 minuti di Benvenuti al Nord si ride a tratti, si sorride molto grazie alle capacità dei tre attori principali, Bisio – Finocchiaro - Siani, affiatati e forti del loro mestiere mentre alla Lodovini viene lasciato un ruolo marginale, supportato dalla prorompente fisicità. Forse ha ragione Pupi Avati che ad inizio gennaio aveva sottolineato come la commedia sia diventata un obbligo e che inizi ad accusare segni di stanchezza. Chapeau maestro.

Grasse e Felici



Il progetto fotografico nato da un’idea di Barbara Dardanelli e dalla macchina fotografica di Nicole Nesti, Grasse!, lascia pochi dubbi. 
Foto in bianco e nero di donne curvy, come si dice oggi, che non hanno paura di mostrare la loro femminilità burrosa, quella un tempo esaltata anche dal cinema. Ne sono felici e ne vanno orgogliose.
L’idea, come spesso accade, nasce per scherzo, ammettono le due autrici. Nicole cercava un soggetto per un progetto fotografico, voleva presentarne uno per accedere a dei master. Barbara, che ha sempre amato farsi fotografare, lancia l’amo «secondo me ci sono molto ragazze cicciottelle come me, che non hanno la possibilità di farsi fotografare, anche perché rappresentano un target che non interessa. Poi magari riusciamo a mandare un messaggio importante».


All’inizio non è stato semplice trovare delle ragazze disposte a farsi fotografare, si vergognavano. Poi la rete ha fatto la sua parte continua Barbara «Nasce così l’idea di aggiungere un impatto comunicativo, via internet e quindi Facebook (e poi Twitter n.d.r.). E così i media hanno ripreso l’idea e anche le ragazze che fino ad allora si vergognavano sono uscite dal guscio».

Su You Tube ci sono dei backstage molto divertenti delle sessioni fotografiche. Chi sono queste donne che partecipano al progetto?
«Sono donne che ci hanno contattato via Facebook. Non sono modelle per taglie forte, fanno altro nella vita. Tutte, anche quelle più spavalde, hanno un momento di imbarazzo davanti alla macchina fotografica: molte non si facevano fotografare a figura intera da anni. Cerchiamo sempre di metterle a loro agio. Il fatto di essere tutte donne aiuta così come il fatto che anche io sia cicciottella. Ci piace farci raccontare prima dello shooting la loro storia, cosa fanno nella vita, quali sono i loro hobby, come vivono quello che per alcune è un problema. Lì si intuisce che tipo di persona si ha davanti». Come aggiunge Nicole «sono loro poi che scelgono come farsi fotografare, se nude o meno. Devono sentirsi libere».

La televisione gioca un ruolo importante nella diffusione di alcuni modelli estetici ed è ancora difficile vedere donne burrose anche su molte riviste patinate. Barbara cosa non vorresti più vedere in tv?
«Sicuramente le persone grasse affiancate a un dietologo o un nutrizionista: se in tv c’è una persona con un peso in eccesso accanto c’è quasi sempre una di queste due figure in quanto vengono chiamate solo in relazione al loro peso, un messaggio deleterio. Vorrei invece vedere più ragazze normali, non necessariamente una taglia 42 ma anche una 46, una 48 e perché no anche una 50. Mi piace sempre ricordare che Federico Fellini ha fatto della donna mediterranea un mito. Se poi parliamo della patologia quella la combattiamo, l’eccesso è sbagliato sempre. Spesso però si tende a dire che una persona è oggi giorno è obesa quando non lo è, quando ha qualche chilo di troppo».

Parliamo ancora di televisione. Esiste una differenza tra i programmi in onda nelle reti italiane e quelli in alcuni paesi esteri, nel modo di affrontare l’argomento del così detto ben vestire?
«Assolutamente si. E’ molto facile vedere ragazze grasse o comunque in carne in programmi soprattutto americani dove è innegabile che ci sia un alto tasso di obesità. Da loro in problema è stato sdoganato: anche le donne grasse possono vestirsi bene e con dei colori sgargianti. In Europa, ad eccezione dell’Inghilterra, questo aspetto non invece è stato affrontato. Anche io, per trovare dei vestiti, spesso mi rivolgo a dei negozi on line stranieri. Il problema è avere gli strumenti per poterlo fare: in Italia per una ragazza che magari ha qualche chilo di troppo, vestirsi carina e femminile è un problema. Nei negozi per taglie forti, magari di marca, gli abiti costano molto e sono spesso inaccessibili. Non resta che ripiegare nei negozi per taglie forti che però ti coprono».

State facendo rete anche con realtà estere grazie ad internet?
«Sono uscite numerose notizie sui blog inglesi, americani, francesi, e anche brasiliani. I blog di ragazze curvy stranieri sono nettamente superiori rispetto a quelli italiani: c’è meno vergogna nel mostrarsi, più consapevolezza, il problema è già stato sdoganato da tempo. Hanno apprezzato l’idea e le foto di Nicole che hanno trovato molto eleganti, delle vere e proprie foto di moda. Volevamo allontanarci dagli stereotipi che di solito si accostano alle persone grasse. Il primo è che sono molto simpatiche e non volevamo fare le simpaticone a tutti i costi. Il secondo che sono persone molto tristi. Nicole è riuscita a dare un’immagine di moda e di eleganza con la sua sensibilità».

Nella moda da qualche anno si inizia a parlare delle modelle oversize tanto che anche Vogue Italia ha inaugurato una sezione curvy sul proprio sito. Questo progetto arriva in un momento in cui c’è veramente bisogno di parlare del corpo e della necessità di non essere ossessionata dal chiletto in più?
«Vogue è stato uno dei primi siti che ha pubblicato foto di donne burrose. Il problema non è solo parlarne ma anche nei fatti è necessario che le cose cambino davvero. Mi sembra ancora che si parli di questi argomenti perché se ne deve parlare parlarne. Finché non cambia lo stereotipo, e ci vorrà ancora molto tempo, cambierà ben poco. Abbiamo voluto fare questo progetto per ritagliarci nella nicchia un angolo dove potersi sentirsi a proprio agio e secondo me era utile».

Esistono dei modelli, anche di fama internazionale, che portano avanti questo messaggio: amiamoci perché siamo belle?
«Non mi viene in mente nessuno e questo è abbastanza sconcertante. Al dì la di qualche cantante straniera come Beth Ditto dei The Gossip che si è fatta fotografare più volte nuda ma per magari più per un fatto di provocazione, non mi viene in mente nessuna che abbia lanciato questo messaggio con orgoglio».

Qualche mese fa attrici come Kate Winslet e Emma Thompson hanno iniziato a dire no ai ritocchi e al botulino. Un primo piccolo passo verso l’accettazione di quello che oggi viene considerata imperfezione?
«Sono comunque tutte attrici  che hanno fatto un loro percorso, che sono oramai donne. Bisognerebbe riuscire a cambiare la mentalità dei modelli che passano alle generazioni più giovani. Lì andrebbe fatto il lavoro più importante».

La scuola quindi potrebbe essere un luogo in cui far arrivare il vostro messaggio?
«Assolutamente sì e non sarebbe il solo: tutto ciò che è discriminazione dovrebbe essere trattato a scuola. Essere grassi a quell’età è un fattore di discriminazione per tanti aspetti. Ricordo che non troppo tempo fa una ragazza non era stata fatta entrare in un locale perché grassa. La discriminante c’è ed è molto forte».

Tu sei mai stata vittima di bullismo?
«Io no, forse anche per questo ho sempre vissuto quei chili in più con leggerezza. Attraverso questo progetto ho conosciuto invece ragazze che hanno sofferto molto per il fatto di essere in sovrappeso: loro stesse non si accettavano anche perché vedevano negli occhi degli altri la non accettazione della propria persona. Un argomento che vorrei sottolineare riguarda anche il ragazzo cicciottello che a scuola non credo abbia vita facile».

La rete è in fermento, quali le prossime iniziative?
«Il progetto non si ferma qui: da settembre diventerà una mostra itinerante per l’Italia. Cerchiamo anche di rinnovarci grazie anche alle idee che arrivano dalla pagina Facebook e da chi si fa fotografare. Ci piace pensare a Grasse! come ad un working progress, una vera e propria comunità che inizia a camminare da sola».

Si vocifera di un flash mob ma Barbara e Nicole non svelano molto.
«Possiamo solo dire che sarà a Milano a febbraio. Seguiteci e saprete di più».

mercoledì 21 dicembre 2011

Pasolini: un caso ancora aperto



Sono passati 36 anni da quella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 quando venne messa la parola fine alla vita diPier Paolo Pasolini.
Il suo cadavere, martoriato, venne ritrovato da una donna alle 6:30 del 2 novembre all’idroscalo di Ostia. Nell’arco di 24 ore il caso venne chiuso: l’unico colpevole della morte dell’intellettuale, reo confesso, era e resta Pino Pelosi.
L’interesse per la figura di Pasolini e per il mistero della sua morte è ancora vivo. Il suo pensiero, ancora molto attuale, desta molta curiosità come ha notato Valter Rizzo, giornalista di Chi l’ha visto? e coautore del libro Nessuna Pietà per Pasolini (Ed. Internazionali Riuniti). Un testo scritto a più mani: insieme all’avvocato Stefano Maccioni, che ha chiesto la riapertura del caso alla Procura di Roma, e alla criminologa Simona Ruffini che ha fornito un prezioso aiuto nella ricostruzione di alcuni passaggi chiave e anche della scena del delitto. Il metodo utilizzato è stato quello investigativo classico: lo studio degli indizi, la loro verifica e l’incrocio dei diversi pezzi del puzzle.
Pasolini era un personaggio scomodo, commenta lo stesso Rizzo, non tanto per cosa sapeva ma per le troppe domande che poneva in un’Italia molto diversa da quella di oggi, quella degli anni 70 «più cupa per molti versi. Era un paese diviso ma sulla base sulle idee, anche molto forti, che arrivarono anche a produrre dei risultati patologici ovvero la drammatica stagione degli anni di piombo. Era un’Italia ancora capace di reagire come fece nel 1978 di fronte al caso Moro. Un’Italia in cui c’era un forte partito comunista, in cui erano ancora in campo la generazione che aveva fatto la resistenza.»
Partiamo dalla notte tra l’1 e il 2 novembre. Come si presentava la scena del crimine?
«Occorre dire, per onestà intellettuale, che in quel periodo non c’era la cultura delle indagini scientifiche. La scena del crimine andava sigillata: furono fatti pochissimi rilievi e venne rapidamente devastata. Addirittura venne permesso a dei ragazzini di giocare a pallone in quell’area.»
Fondamentale per la vostra ricostruzione della scena del crimine fu l’utilizzo del filmato a colori realizzato dal regista Sergio Citti, arrivato all’idroscalo l’indomani del ritrovamento del corpo di Pasolini.
«Citti arrivò all’idroscalo con una sua macchina da presa e girò questo filmato a colori di ottima qualità, recentemente restaurato dalla cineteca nazionale di Bologna. Il filmato evidenzia, ad esempio, una serie di tracce di pneumatici che s’incrociano: non potevano essere solo quelle della macchina di Pasolini. Erano presenti più autovetture. Aveva individuato un percorso che finisce, passando nel punto dove era stato arrotato Pasolini, contro la rete di recinzione dove c’era un paletto di cemento abbattuto: rete e paletti erano stati messi da poco. Fece anche delle simulazioni con l’automobile. Aveva notato una un avvallamento nella rete che combacia con la sagoma di una persona magari scaraventata in quel punto esatto. Tutto questo doveva essere verificato in quel momento. »
Parliamo proprio delle indagini, si chiusero in breve tempo con l’accusa del reo confesso Pino Pelosi.
«In poche ore si definisce il colpevole e si cercano in maniera nevrotica tutte le prove a conferma delle dichiarazioni di colpevolezza di Pelosi quale unico autore del delitto. Per capire il clima nel quale si svolsero le indagini basta leggere le il verbale dell’interrogatorio del 2 novembre, steso nel carcere di Casal Del Marmo attorno alle10 del mattino, al quale partecipa il capo della squadra mobile Ferdinando Masone. Non è ben chiaro perché vi partecipi ne perché fornisca a Pelosi dei dettagli che l’allora 17enne si limitò a confermare. Si capisce però che le indagini dovevano dimostrare una tesi. Quello era un omicidio che doveva essere chiuso in un giorno.»
Viene da chiedersi, quasi d’istinto, se possa essere possibile che nessuna delle persone che vivevano nelle baracche vicino l’idroscalo abbia sentito alcun rumore.
«Abbiamo raccolto delle testimonianze, così come ha fatto recentemente un collega de Il Messaggero. All’epoca svolsero un egregio lavoro Furio Colombo e Oriana Fallaci: tutti ricordavano i rumori, le grida. Parliamo di persone che probabilmente si sono affacciate, hanno visto quello che stava succedendo. Una serie di informazioni che non sono minimamente state prese in considerazione nel corso delle indagini. La sentenza di primo grado, firmata da l giudice Carlo Alfredo Moro, condanna Pelosi per omicidio in concorso con altri soggetti rimasti ignoti. Nella sentenza di appello,il concorso con ignoti sparisce. E da quel momento Pelosi è l’unico colpevole dell’omicidio. E avvalora questa tesi fino a quando non rilascerà l’intervista a Franca Leosini, nel 2005 per la trasmissione Ombre sul giallo, in cui dirà che non ha ucciso Pasolini.»
Pelosi sconta la pena inflittagli. Torna in carcere per altri fatti ma ad oggi è un uomo libero. Nel libro avete posto molta attenzione alle descrizione del linguaggio del copro di questa persona cercando di tracciarne un ritratto.
«Dal nostro libro emergono le contraddizioni della comunicazione non verbale di pelosi, elementi interessanti  per capire il personaggio anche se non hanno rilevanza giuridica. Pelosi  è un mentitore professionista, mente sapendo di mentire e mischia verità e menzogna secondo il metodo tipico della disinformazione. E’ un mistificatore. Con questa storia ci campa ed è indecente. Ricordiamoci bene che è e resta coscientemente complice di chi ha ucciso Pasolini, sa tante cose e non le dice. La deve smettere di chiamare in causa i morti e parlarci dei vivi, di quelli che sono stati i suoi registi. Il suo dovere era quello di auto accusarsi di questo delitto. Chi ha colpito Pasolini era qualcuno che sapeva bene cosa doveva fare. Basta leggere il referto dell’autopsia: è stato massacrato in maniera scientifica, un lavoro fatto bene per mano di picchiatori professionisti che non andavano a caso. Per questo, nel testo, abbiamo dato importanza al racconto dei picchiatori catanesi che facevano su e giù con Roma, che potrebbero essere stati utilizzati. Non erano del giro romano.»
C’è poi il ricordo da parte di Pelosi di una parola dialettale, ovvero jarrusu, che ha destato la vostra curiosità investigativa e vi ha fatto scrivere della pista catanese.
«Pelosi non poteva conoscere quella parola, perché anche nella Sicilia di quegli anni era già abbastanza desueta. Jarrusu è un termine arcaico, il peggiore insulto che si possa fare ad un omosessuale che si vende. Una parola che già negli anni settanta veniva usata dagli anziani, dalle persone dei ceti sotto proletari. Il fatto che lui la pronunci storpiata è importante, gli è rimasto il fonema “arruso”. Una parola che non può essersi inventato.»
Nel frattempo, c’era un’altra persona a Roma che ha portato avanti delle indagini per oltre trent’anni, Silvio Parrello. Un artista individuato tramite l’avvocato Maccioni e che fornirà i nomi non solo dei carrozzieri ai quali sarebbe stata portata la macchina incidentata dopo essere andata a sbattere contro il paletto di cemento all’idroscalo, ma anche quello di Antonio Pinna, anche lui carrozziere misteriosamente scomparso nel 1976, che sarebbe stato presente sulla scena del delitto.
«Lui ci ha dato i nomi dei carrozzieri che non aveva dato a nessuno: Chi l’ha visto? fa vedere per la prima volta Marcello Sperati che ci ha confermato tutto. Esiste questa macchina con quelle caratteristiche e il danno che coinciderebbe col le ipotesi del filmato di Citti.»
Il 3 marzo 2010 il senatore Dell’Utri, nel corso della conferenza stampa di presentazione della XXI edizione del libro antico di Milano annunciò la scoperta di un dattiloscritto di Pasolini contenente Lampi sull’Eni, uno dei capito di Petrolio, romanzo incompiuto. Un testo che però nessuno ha mai visto.
«Dell’Utri è stato ascoltato da Antonio Ingroia, un magistrato molto prudente, intelligente e serio. Il fatto che lui abbia deciso di riunire assieme ad un altro sostituto procuratore aggiunto della procura di Palermo, Sergio Demontis, la riapertura delle indagini di Mattei, di De Mauro e di Pasolini per scoprire se esiste una correlazione tra loro è importante. Il senatore Dell’Utri che dovrebbe spiegare che cosa ha voluto dire con questa storia dell’appunto , se esiste, se l’ha visto e letto, così come se esiste il personaggio che gliel’ha proposto. Mi sembra inverosimile che una persona attenta, un bibliofilo come lui abbia incontrato un mister x che gli ha dato delle carte come queste senza prendere informazioni di alcun tipo. Sono convinto che l’appunto esiste, che il senatore l’ha visto e che ha voluto mandare un segnale a qualcuno. E’ una persona prudente. Gli va rivolto lo stesso appello che ha fatto a Pelosi: dire la verità.»
Esiste davvero la volontà di fare chiarezza attorno all’omicidio di Pasolini?
«Credo ci sia una nuova coscienza in primo luogo di molte istituzioni, in primo luogo della magistratura. Anche la stessa scelta che fa la procura di Roma di riaprire l’indagine su Pasolini mi sembra figlia di una coscienza diversa. Il motivo per cui abbiamo voluto scrivere il libro era dare un contributo, uno stimolo a questo tipo di attività cercando di dare un senso organico alle informazioni n nostro possesso, utilizzabili, qualora si voglia, dagli investigatori.  Credo sarà difficile poter avere un colpevole della morte di Pasolini, è passato troppo tempo ma avere una maggiore chiarezza che ci indichi in maniera definita cos’è successo e il perché, questo sì. Domande alle quali questo paese ha diritto di avere una risposta.»
C’è una frase dello stesso Pasolini che avete voluto riportare all’inizio di un capitolo e che mi ha molto colpito “La morte opera una rapida sintesi della vita passata”.
«All’epoca ne venne fatta una abnorme e devastante, quella di un uomo che andava con i ragazzini. La sintesi su Pasolini la stiamo facendo oggi e si racchiude in una riflessione che mettiamo alla fine del libro: cosa sarebbe stato questo paese se Pasolini avesse potuto continuare a vivere, scrivere, pensar e a parlare. Forse un paese migliore. E’ una persona che ha lasciato un segno talmente profondo, nonostante sia morto poco più che 50enne. La sua morte è paragonabile a quella di Gramsci . Durante il fascismo venne detto “bisogna impedire a questo cervello di funzionare per 20 anni”( l’allora pubblico ministero Isgrò concluse con questa frase la sua requisitoria alla quale seguì il carcere per altrettanti anni n.d.r.), credo sia stato fatto lo stesso ragionamento su Pasolini, era una che faceva domande, ed è quello che tutti gli intellettuali dovrebbero fare a partire dai giornalisti.»

lunedì 5 dicembre 2011

Un pomeriggio con Carla Gozzi



 Avere una stylist a disposizione per un giorno. Inutile negarlo, è il sogno di ogni ragazza di qualunque età. In una persona sola trovi: chi ti ascolta, chi ti guarda, chi ti consiglia, chi ti sostiene, chi ti fa giocare e sperimentare.
La più celebre in questo momento è senza dubbio Carla Gozzi, la platinata protagonista di due trasmissioni di successo del canale Discovery Real TimeMa come ti vesti?, adattamento italiano del longevo e premiato programma della BBC What not to wear, e Shopping Night, entrambe condotte assieme al fido Enzo Miccio.
La incontro a Roma, a due passi da Piazza di Spagna, dove è impegnata in una giornata di consigli per le clienti in un moderno e raffinato negozio monomarca spagnolo. In incognito, mi affido alle sue mani, incuriosita dal personaggio televisivo. E scopro che è una professionista attenta e cortese, molto più di quanto il piccolo schermo riesca a far trasparire per esigenze di copione. Mi dedica un paio d’ore mentre i fashion bloggers romani la seguono e immortalano con le loto stilose macchinette fotografiche dal gusto retrò. La signora Gozzi mi osserva, fa domande mirate per cercare di trovare lo stile più adatto a me. Mi manda al trucco e parrucco, si muove sicura tra gli stand del negozio dove cerca e abbina colori e mise in salsa retrò chich per poi farmi trovare in camerino diverse squisitezze modaiole, azzeccando tutto al primo colpo.
 
Ma chi è questa signora sempre impeccabile nei suoi vestitini bon ton abbinati agli inseparabili tacchi 12 con plateau? Di sicuro una persona che, per sua stessa ammissione, ha capito che la moda sarebbe stato il suo grande amore, molto presto «Fin da piccola, ho sviluppato un acuto senso critico, anche mentre guardavo le mie amiche che vestivano le bambole». Era tutto poco realistico e fuori c’era una mondo di tessuti e forme da scoprire e reinventare. Con il disappunto della famiglia, la caparbia emiliana muove i primi passi in questo mondo grazie al marchio Max Mara, salendo un gradino alla volta: da project manager in rigoroso tailleur d’ordinanza fino a poter lavorare con gli stilisti.
Lasciata l’azienda di Reggio Emilia collabora con diversi importanti couturier, uno su tutti il maestro Ermanno Scervino a Firenze. «Cosa fa un’assistente? In questo caso ascoltavo il mood, l’idea che il maestro aveva e il mio compito era capire come aiutarlo per poter realizzare la collezione cha stava nascendo nella sua mente.» Questo vuol dire cercare ispirazioni, intuire i trend, studiare il mercato ma soprattutto vivere costantemente con la valigia in mano. Grazie alla rete il suo nome circola velocemente tra gli addetti ai lavori, diventato così una delle fashion blogger più quotate e seguite.
Il passo al debutto televisivo con Ma come ti vesti?, e all’incontro con Enzo Miccio, è breve. Il tutto è iniziato per scherzo «Lavoravo ancora in Toscana. Mi hanno contattato per la prima edizione del programma che si gira tutt’ora a Milano. Da subito, con tutte le persone coinvolte, ci siamo dette che dovevamo prima di tutto divertirci, e così è stato, poiché non sapevamo come sarebbe andato l’esperimento». Un successo inaspettato per il format e anche per i due conduttori.
Carla ha un sito che continua ad essere seguito, ha aperto la sua Accademia di Stile itinerante con lezioni dedicate anche anche allo stile dei bambini, fetta di mercato che non conosce crisi. Continua la sua attività di style coaching anche con le agenzie di incontri per single aiutandoli a scegliere lo stile giusto. Ma come sono le donne italiane? «Entro ai 30 anni le donne si concentrano molto sulla carriera. Arrivano poi ai 40, diventano magari mamme ed ecco che molto spesso negano la propria femminilità. C’è chi prova a stravolgersi ma sbaglia o chi sta ferma. Le donne migliori sono quelle che hanno superato i 40 anni, che hanno acquisito una maggiore sicurezza e che hanno molta voglia di giocare e si sentono più sicure di osare».
Qual è il più grande regalo che una donna dovrebbe farsi?
«Senza dubbio l’autostima, facendo le cose che si amano e che inducono al sorriso. Non c’è regalo più grande».
Ma gli uomini chiedono aiuto?
«Certo. Sono generalmente dei 30/40enni in carriera, che mi chiamano perché devono scegliere il giusto outfit per una riunione importante magari anche in ambito internazionale, o anche dei single che cercano lo stile più giusto per loro»
E poi, dopo che tutte queste persone sono state rimesse a nuovo?
«Li rivedo nel tempo, ci scriviamo delle mail anche per dei consigli last minute»
Ma Carla Gozzi, riesce  scendere dai tacchi almeno a casa?
«Vivo in campagna con il mio compagno [il medico newyorkese Richard Bryan n.d.r.] e i nostri quattro cani. Gli amici mi prendono proprio per i tacchi poiché a casa sono sempre con scarpe basse e vestiti più comodi ma questo non vuol dire che non siano alla moda».
Non poteva mancare un saluto al direttore Mario Adinolfi

Si ingrazia lo store Hoss Intropia per lo spazio concesso all'intervista e alcune delle foto pubblicate